Counseling,  Virginia Vandini

UNA GRANDE OPPORTUNITA’ PER IL COUNSELING

Il counseling è stato per me un amore a prima vista. La prima volta che ne ho sentito parlare era durante una lezione del sociologo Andrea Rocca, nell’ormai lontano 2003. Ricordo come se fosse ieri le sue parole: “il counselor non cura, ma si prende cura. Non c’è un paziente, ma un cliente con cui stabilire una relazione di aiuto all’auto-aiuto attraverso un ascolto empatico, autentico, sospendendo ogni forma di giudizio grazie all’accettazione positiva dell’altro”.

Rimasi colpita da questo linguaggio così centrato sulla persona, lo sentii particolarmente motivante per facilitare la realizzazione di ogni individuo che intraprende un percorso di counseling. Fu così pervasiva questa sensazione dentro di me che non solo scelsi di frequentare la formazione (essendo la risposta a una ricerca avviata mesi prima) ma anche di svolgere esclusivamente la professione una volta acquisito il titolo.

Da quel momento in poi non mi sono più fermata. Frequento in modo sistematico corsi di aggiornamento, congressi, eventi legati al counseling e, nel 2014 ho, a mia volta, costituito la Scuola di Counseling Umanistico. Nel mio percorso ho integrato e continuo ad integrare tante conoscenze, tecniche, strumenti che vanno dalla psicologia allo sciamanesimo, dalla filosofia alla mindfulness, dalla pedagogia allo yoga, dalla sociologia al tantrismo, dalla numerologia alla biosofia, dalla fisica quantistica all’antropologia.

Trovo meraviglioso questo grande calderone di discipline che, mescolandosi tra loro, danno vita a qualcosa di antico eppure sempre nuovo, attuale, perfettamente modellabile sulle difficoltà esistenziali che le persone portano all’interno dei setting individuali e di gruppo.

Per questo all’inizio non riuscivo a capire l’impegno da parte dell’Ordine degli psicologi di specificare quali termini siano di esclusiva competenza dello psicologo e quali, invece, possono essere usati anche da coloro che, come il counselor, accompagnano le persone nel conseguimento di uno stato di maggior ben-essere nella relazione con sé e l’altro da sé.

Mi sembrava, quella dell’Ordine, una scelta che avesse poco senso e, in qualche modo, ostacolasse l’espressione di numerose professioni che s’interessano all’essere umano. Poi, dopo una riflessione più attenta, ho colto in questo scenario una grande opportunità per tutti noi se sappiamo coglierla. Devo dire che l’intuizione non è stata tutta farina del mio sacco. Ad ispirarmi è stato il genio di James Hillman e, in particolare il suo libro “Psicologia Alchemica”. Già Jung aveva scritto un saggio in proposito intitolato “Psicologia e Alchimia”. Hillman, come si può facilmente dedurre dal titolo, si spinge oltre e c’introduce ad una visione inedita, che parte proprio dal linguaggio.

Nelle prime pagine del testo, lo psicologo analista junghiano, polemizza con i suoi stessi colleghi accusandoli di razionalismo concettuale e, riprendendo l’insegnamento del maestro Jung, afferma: “lo psicologo deve liberarsi dall’assai diffusa illusione che il nome spieghi in pari tempo il fatto psichico a cui si riferisce […] noi psicologi parliamo per concetti: l’Io e l’inconscio; libido, energia e pulsione; opposti, regressione, funzione sentimento, compensazione, traslazione… quando lavoriamo con questi termini, curiosamente dimentichiamo che sono soltanto concetti, ben poco utili per afferrare gli eventi psichici che così inadeguatamente descrivono. Inoltre tendiamo a trascurare il fatto che questi concetti appesantiscono il nostro lavoro, perché ci arrivano già carichi della loro storia inconscia […] l’Io, l’inconscio, la funzione sentimento, la traslazione diventano cose letteralmente reali. A tal punto che li consideriamo in grado di spiegare la personalità e le sue nevrosi, laddove io sostengo invece che quei termini-concetti sostanzializzati – l’Io, l’inconscio, la traslazione – sono essi la nevrosi”.

Secondo Hillman bisogna recuperare il linguaggio alchemico perché in alchimia “nessun termine significa una sola cosa. […] L’alchimia ci offre un linguaggio di sostanze, ci offre espressioni concrete che non sono letterali. È questo il suo effetto terapeutico: ci impone la metafora. […] A essere necessario non è il ritorno letterale all’alchimia, bensì il ripristino della modalità alchemica di immaginare le cose. In quella modalità, infatti, restituiamo materia alle nostre parole ; ed è questo in fondo il nostro scopo: la restaurazione della materia immaginativa, non dell’alchimia letterale”.

È esattamente in questo passaggio che ho individuato una grande possibilità per chi lavora nell’ambito di discipline umanistiche come il counselor: sviluppare un linguaggio proprio senza la riproposizione di categorie diagnostiche faticosamente individuate da una specifica categoria professionale; scoprire parole che non rimandano a un “razionalismo concettuale” ma aprono gli orizzonti alla poesia, all’arte, alla creatività. A tal proposito mi torna in mente l’esclamazione di una persona quando, durante un incontro, ha affermato: “mi è stata diagnosticata la sindrome da nido vuoto, ma io di questa definizione, che cosa me ne faccio? Io, ho bisogno di ritrovare, anzi, di trovare me stessa”.

L’intento nel riportare ciò non è né svilire, né sminuire il lavoro importante, fondamentale che tanti colleghi psicologi e psicoterapeuti portano avanti. Credo solo sia tempo di cambiamenti, tempo di evoluzioni. E in qualità di direttrice di Scuola di Counseling sono grata a questo processo in atto di pulizia e rinnovamento avviato dall’Ordine per trovare una strada più rispettosa e rappresentativa della nostra identità.

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